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Troppo cerebrale per capire

Non so se ridere o piangere guardando al mio passato lavorativo. Come già sapete, un paio di settimane fa ho dato le mie dimissioni dal posto dove lavoravo e sono entrato nel magico mondo della disoccupazione. Quest’ultimo stato di precarietà mi impediva di godere appieno del salto appena compiuto, perché non avere un’entrata fissa mensile può gettare nel panico. Panico che in me non si è manifestato, ma non nego comunque di aver provato lieve preoccupazione. Oggi però posso dirvi che moltissime cose sono cambiate e posso finalmente girarmi a gridare “fanculo quel lavoro!” (alla Novecento). E a chi balenano in testa frasi come “sputare nel piatto dove si mangia”, invito ad una lettura meno superficiale del mio gesto.

La motivazione principale per cui ho lasciato il posto dove lavoravo era l’ormai estinta passione per qualsiasi cosa su cui stessi lavorando. L’assoluta mancanza di stimoli non è qualcosa che in me può essere sostituita con moneta sonante. Ho comunque già affrontato queste problematiche un paio di post fa e le ho addirittura esplicitate con la risposta ad un commento scritto proprio dall’amministratrice del mio ex-posto di lavoro (facente parte della sacra trinità madre-padre-figlio), che non ha fatto altro che dimostrare di non aver capito un tubo della mia dipartita.

Mi sono preso due settimane di riflessione e riposo e oggi, dal punto di vista lavorativo, sono una persona nuova. Ho iniziato una collaborazione con Everyeye, un network dove si parla e si recensiscono videogiochi, film, fumetti e altre cose. Una collaborazione ancora agli inizi, che non ha uno sbocco sicuro perché il mondo dell’editoria online viaggia ancora su una linea molto sottile, anche a causa di un’arretratezza burocratica. Ma ciò che più mi importa è che posso mettere in quel che faccio una passione mai vista nei precedenti anni: posso scrivere, cosa che amo fare e parlare di videogiochi, un’altra delle mie grandi passioni. Chiaro che non faccio solo “quello che prova i giochini”. Sarebbe riduttivo definire così chi lavora in questo ambiente. Dietro ogni recensione ci sono studi di scaletta, decisioni non semplici, lunghe sessioni di prova del gioco in questione e la gestione dei contatti con le software house. E vi sto citando solo le prime cose che mi vengono a mente. Insomma, giochiamo, ma seriamente.

Paradossalmente vengo via da una società di consulenza in cui non ho mai fatto consulenze e mi ritrovo ad essere il personale consigliere del vostro portafogli, mettendovi in guardia su titoli trappola oppure facendovi scoprire perle di cui non avevate neanche sentito il nome. Una posizione che mi piace molto. La persona con cui poi mi interfaccio più spesso è qualcuno che parla la mia lingua, con cui posso parlare, imparare e proporre. Ripeto, parlare, imparare e proporre. Tre cose fondamentali che dovrebbero essere incise su ogni contratto di lavoro. Solo così il lavoro può essere piacevole e può contribuire alla crescita personale. Quando fai qualcosa su cui non vieni ascoltato, dove non impari niente e dove il tuo margine di creatività è nullo, devi cominciare a farti un po’ di domande. Io ho lavorato illudendomi di potermi guadagnare queste tre capacità con il tempo, ma dopo quasi 4 anni ho capito che l’ambiente dove mi trovavo non mi lasciava possibilità di crescere e perché no, divertirmi.

Qua invece ho parlato con una persona che ho l’onore di definire amica, che mi ha avvertito sui pericoli di questo settore e sul fatto di non farmi ancora castelli riguardo ad una solidificazione della mia collaborazione. L’ha fatto con un’onestà rara e se il giorno del giudizio mi porterà brutte notizie, non sarà certo per qualche inganno o sotterfugio taciutomi. Ho deciso volontariamente di partire per quest’avventura, conscio di dover dare il massimo e di dover accettare la sconfitta, anche se questa non deriverà da colpe direttamente mie, ma esigenze del mercato. Ho deciso di farlo perché adesso sono di nuovo giovane, ho i miei risparmi da parte e posso permettermelo. Non voglio certo buttarmi in qualche altro stanzino oscuro accontentandomi dei tanto agognati mille euro al mese.

Se quindi anche voi avete la possibilità di fare un salto, non abbiate eccessiva paura. Certo, fatelo con cautela. Fatelo se ne avete davvero la possibilità. Ma non lasciate che i troppi timori vi scavino le rughe e vi condannino ad un’esistenza magari sicura, ma mediocre. E non parlo neanche di tipi di lavoro particolari. C’è a chi magari fa piacere avere contatti diretti con il pubblico e allora trova la sua dimensione nella posizione di commessa. Nulla è da scartare a priori. Se però per troppe mattine di seguito vi svegliate con la sensazione che ci sia qualcosa che non va, pensate, riflettete, agite. Forse non vi ho raccontato tutta la verità: ho iniziato a imbastire questa mia trattativa ben prima di dare le dimissioni. Non avevo certo pianificato una dipartita così brusca e anzi, me ne è dispiaciuto. Era però già da tempo che mi stavo preparando una soluzione di scorta, perché per troppe mattine non solo il sonno mi teneva stretto alle coperte.

Lasciate allora che il vostro motto sia “c’è sempre qualcosa di meglio” invece che il limitante “c’è anche chi sta peggio”. Non ho mai visto nessuno essere felice senza passione e qualcosa in cui riversarla. L’apparente calma di certi quarantenni che hanno ormai abbandonato ogni speranza, non è altro che un’apatia figlia della rassegnazione. E non tirate fuori la scusa dei soldi, della famiglia, di questo e di quell’altro. La vita è brevissima e gli attimi in cui si può scegliere in che direzione andare lo sono anche di meno. Sebbene quindi i limiti imposti dalla pecunia siano innegabili, non imponetevene ulteriori di scarsa solidità.

Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo

e quando dormo taglia bene l’aquilone.

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